Gibuti, nel nord del Corno d’Africa, è un crocevia per migliaia di rifugiati: una terra di passaggio dove molti attendono indefinitamente, come Wesem Sultan, yemenita in fuga dalla guerra: “Nel mio Paese la gente viene uccisa, i diritti umani sono calpestati. Ci siamo lasciati ogni cosa alle spalle, anche i sogni. Oggi viviamo nell’incertezza. Aspettiamo qui, senza senza sapere che cosa sarà di noi”.
Qui non c‘è il pericolo della guerra, ma nemmeno reali prospettive di lavoro e di vita, se non nei centri di accoglienza. Luoghi dove ogni anno nascono bambini che non potranno studiare, né costruirsi un avvenire.
“Viviamo alla giornata, soprattutto noi giovani – afferma Guled Abdullahabib, rifugiato somalo – Nemmeno la scuola che frequentiamo qui è riconosciuta. Alla fine, non avremo nemmeno un titolo di studio valido”.
L’alternativa, per molti, è unirsi al flusso di migranti diretti verso l’Arabia Saudita o l’Europa. Mete sognate, che spingono a intraprendere viaggi pericolosi, sp